guitar heroes mostra chitarre elettriche
Pordenone Guitar Experience

Mostra Guitar Heroes – Descrizione dei Rig

In questa pagina troverete le descrizioni dei rig presentati nella mostra Guitar Heroes: abbiamo riportato fedelmente i testi che accompagnano gli strumenti in esposizione. Abbiamo deciso di racchiuderli in questo documento per offrirvi un’esperienza ancora più completa e per conservare un ricordo della visita.

Nella mostra per ogni artista è a disposizione una playlist dedicata sul canale YouTube di Vintage Authority. I brani sono stati accuratamente selezionati in funzione della strumentazione esposta e, pertanto, non hanno l’obiettivo di ripercorrere l’intera carriera dell’artista, ma di farvi apprezzare il suono di quegli specifici setup.

Vi ringraziamo per aver visitato la mostra e vi invitiamo a scoprire di più sul sito di Vintage Authority.

Andy Summers

1960 FENDER TELECASTER CUSTOM SUNBURST
1966 FENDER TWIN REVERB

▶ Ascolta la playlist di Andy Summers su YouTube

Il Suono di Andy Summers con i Police è uno dei pilastri della New Wave e della Storia del Rock. Un’architettura sonora tridimensionale, cristallina e ricca di atmosfera.

Al centro di questa magia c’è un’accoppiata leggendaria di strumenti dove il cuore pulsante è la sua Fender Telecaster Custom che suona all’interno di un Fender Twin Reverb.

La Chitarra – la sua pesantemente modificata nel corso degli anni – univa il classico “twang” secco e squillante del pickup al ponte a sonorità decisamente più calde e rotonde grazie ad un humbucker Gibson successivamente installato al manico, oltre a un circuito di overdrive integrato direttamente nel corpo della chitarra.

Questo strumento trovava il suo partner ideale nell’Amplificatore Fender Twin Reverb, famoso per la sua impressionante riserva di suono pulito ( clean headroom ), che offriva all’artista una base neutra, potente e priva di distorsione naturale.

Su questa base sonora, Summers applicava i suoi Effetti simbolo: il flanger ( per dare movimento ondulatorio) e il delay analogico, trasformando il graffio della Telecaster in una tessitura liquida, spaziale e d’impatto, capace di riempire da sola gli spazi di un power trio.

L’unione di questi elementi creava un timbro nitido, tagliente e avvolgente allo stesso tempo perfetto per rendere unici gli accordi e le ritmiche tipici del chitarrista, che hanno scolpito il sound dei Police.

Angus Young

1970 GIBSON SG STANDARD CHERRY
1977 MARSHALL JMP 2203 MASTER VOLUME HALF STACK

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Il Suono di Angus Young è l’essenza stessa del Rock ‘N’ Roll puro, diretto e senza fronzoli: una combinazione iconica di crunch, dinamica e definizione, ottenuta quasi interamente dal lavoro di chitarra, dita e volume dell’amplificatore, senza l’ausilio di pedali effetto.

Al centro di questa formula magica c’è la sua leggendaria strumentazione della fine degli anni ’70, un’accoppiata che ha definito album epici come Highway to Hell e Back in Black.

La Gibson SG Standard Cherry “Large Guard” ( 1969 / 1970 ) : Rispetto ai modelli dei primi anni ’60, questa versione si distingue per il battipenna più grande e un profilo del manico piuttosto importante ma nonostante ciò incredibilmente veloce e perfetto per le brucianti diteggiature blues-rock di Angus. I pickup humbucker T-Top dell’epoca, regalano quel timbro tagliente e ricco di medie frequenze, capace di “bucare” il mix con una presenza micidiale.

Il Marshall JMP Master Volume 2203 ( 1977 ): la testata da 100 watt era ed è un vero mostro di potenza. Introdotta a metà degli anni ’70, la 2203 permetteva di saturare le valvole del preamplificatore grazie al controllo del Master Volume, nonostante ciò Angus ha sempre preferito spingere l’amplificatore al limite per far lavorare le valvole finali ( modello EL34 uno standard di casa Marshall ), ottenendo così una distorsione incredibilmente reattiva al tocco del plettro e ricca di sustain.

Il risultato è un suono “dry” ( asciutto ), un ruggito analogico dove la SG graffia con precisione chirurgica e il Marshall JMP fornisce le fondamenta di un muro sonoro intramontabile.

Ritchie Blackmore

1974 FENDER STRATOCASTER BLACK
1971 MARSHALL JMP SL FULL STACK

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Il Suono di Ritchie Blackmore è uno dei pilastri più incendiari e riconoscibili dell’hard rock. Si tratta di un timbro tagliente, quasi “violoncellistico” nell’attacco, fortemente influenzato dalla musica classica ma proiettato nei volumi potenti del rock anni Settanta.

Punto focale della sua Strumentazione è la celeberrima Fender Stratocaster Black dei primi anni Settanta con tastiera in acero. Ne utilizzò di varie tipologie ed annate sia con l’attaccatura del manico a 3 viti – come quella esposta – che a 4. La particolarità che caratterizzò il suo strumento fu la modifica alla tastiera denominata “scalloped”, ovvero scavata a mano tra i tasti : questa consentiva a Blackmore di ridurre l’attrito del legno sui polpastrelli, permettendogli di eseguire agevolmente vibrati drammatici e bending estremi, nonché fraseggi neoclassici velocissimi. Dal punto di vista dell’elettronica, Ritchie tendeva ad escludere quasi sempre il pickup centrale nelle sue esecuzioni, preferendo l’asprezza pungente di quello al ponte o il calore fluido di quello al manico.

Questo segnale, già di per sé graffiante, veniva incanalato nel mastodontico Amplificatore Marshall Full Stack ( spesso le testate erano modelli Major da 200 watt, pesantemente modificate dai tecnici per ottenere ancora più guadagno e volume, raggiungibili più facilmente con le sorelle minori Super Lead da 100 watt ). Blackmore spingeva le valvole al limite del collasso, ma per ottenere quel crunch iconico e saturo, senza mai perdere la definizione delle singole note, faceva affidamento a un ingrediente segreto: un registratore a nastro Aiwa TP-1011 ( o un preamplificatore Hornby Skewes Treble Booster ) usato come booster di guadagno prima che il segnale entrasse nel Marshall.

Il risultato è un suono monumentale, dinamico e saturo, capace di passare in un istante da un sussurro pulito e cristallino a un ruggito distorto e tagliente come una lama.

Eric Clapton

1964 GIBSON ES 335 CHERRY
1965 MARSHALL JTM 45 HALF STACK

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Il suono di Eric Clapton nella seconda metà degli anni ’60 ha letteralmente ridefinito i confini della chitarra rock e blues, gettando le basi per quello che oggi chiamiamo “overdrive”. È un timbro denso, ruggente e incredibilmente espressivo, nato dal perfetto matrimonio tra la liuteria americana e l’amplificazione britannica spinta al limite.

Al cuore di questo sound c’è una delle chitarre più iconiche della sua collezione: la Gibson ES-335 Cherry. Questa semiacustica ( caratterizzata dal blocco centrale in acero che riduce i feedback indesiderati ) univa il calore legnoso e la risonanza tipica del corpo cavo alla spinta graffiante dei pickup humbucker immediati successori dei famosi PaF . Nelle mani di Clapton – in particolare durante gli anni d’oro con i Cream e nel celebre concerto di addio alla Royal Albert Hall del 1968 la ES-335 si trasforma in una macchina da guerra: fluida sui pickup al manico per il suo iconico “Woman Tone” (ottenuto chiudendo completamente i potenziometri del tono della chitarra) e tagliente ma corposa sui pickup al ponte.

Ma il vero segreto per far cantare quella chitarra, tuttavia, risiedeva nell’amplificatore. Clapton collegava lo strumento direttamente a un Marshall JTM 45, sia nella versione testata e cassa abbinata che nella celebre variante combo 2×12 nota anche come Bluesbreaker. Questo amplificatore nel 1965 montava le caratteristiche manopole in plastica nera tonde – passate alla storia tra i collezionisti proprio come “Clapton Knobs”. La filosofia di Eric era tanto semplice quanto rivoluzionaria per l’epoca: portare il volume e i controlli al massimo. Spingendo il JTM 45 a livelli estremi, le valvole saturavano in modo naturale, creando una compressione calda e un sustain infinito che imitava la voce umana.

Non c’erano pedali d’effetto a distorcere il segnale: il suono era il risultato puro della Gibson ES-335 che faceva lavorare l’amplificatore al collasso controllato, generando quella pasta sonora cremosa, ricca di armoniche e profondamente dinamica che ha cambiato per sempre la storia della musica.

Freddie King

1969 GIBSON ES 345 CHERRY
1968 FENDER SUPER REVERB

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“The Texas Cannonball” evoca un suono che è pura energia. Tra i “Tre King” del blues ( insieme a B.B. e Albert ), Freddie fu il più aggressivo, quello con l’attacco più feroce e il timbro più tagliente, tanto da bucare il mix di qualsiasi band. Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, il fulcro di questa tempesta sonora fu un’accoppiata strumentale ben precisa : la chitarra Gibson ES-345 Stereo e l’amplificatore Fender Super Reverb “Silverface”.

Se nei primi anni di carriera Freddie fu indissolubilmente legato alla Gibson Les Paul Goldtop, è con la serie ES ( semiacustica con blocco centrale in acero ) che definisce il suo look e il suo sound più maturo. La ES-345 nell’iconica finitura Cherry, offriva caratteristiche uniche: Il circuito “Varitone” con un selettore rotativo a 6 posizioni che Freddie teneva quasi sempre sulla posizione 1, per avere tutto il segnale dei pickup humbucker o sulla posizione 2, che “asciugava” leggermente i bassi rendendo il suono più sferzante; il “cablaggio Stereo” in grado di sdoppiare il segnale su due canali o amplificatori diversi, che Freddie spesso non utilizzava .

Per reggere l’urto del suo tocco, Freddie aveva bisogno di volume e di una risposta dinamica immediata che solo l’amplificatore più iconico di casa Fender negli anni 70 , Il Super Reverb caratterizzato dal pannello in alluminio spazzolato “Silverface” introdotto nel 1968 poteva dare. La configurazione con quattro coni da 10 pollici, muovevano l’aria in modo rapidissimo rispetto a un singolo cono da 12″. Questo garantiva bassi tesi che non “ingolfavano” e frequenze alte cristalline, quasi percussive. 40 Watt valvolari di potenza che permettevano all’amplificatore di rimanere pulito e definito anche a volumi sostenuti, per poi iniziare a saturare dopo il cosiddetto “edge of breakup”, solo quando Freddie pestava duro sulle corde.

Il Segreto del suo Suono furono l’Attacco e le Dita uniti alla sua strumentazione. Ma il vero “Trucco” di Freddie King risiedeva nella sua mano destra, in quanto suonava con plettri da pollice e da indice ( thumbpick e fingerpick ) di metallo o di plastica dura che generavano un attacco metallico, quasi “schioccante”.

Il risultato finale fu un blues moderno, acido e sofisticato al tempo stesso, che fondeva profondità, brillantezza e violenza. Un suono monumentale che avrebbe influenzato generazioni di chitarristi, da Eric Clapton a Stevie Ray Vaughan.

John Frusciante

1966 FENDER JAGUAR LAKE PLACID BLUE
1970 MARSHALL JMP SB HALF STACK

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Il suono di John Frusciante è un perfetto equilibrio tra minimalismo espressivo, calore vintage e pura energia funk-rock. Nei Red Hot Chili Peppers ha costruito la sua identità sonora attorno a una filosofia ben precisa: un segnale chitarra-amplificatore estremamente dinamico, arricchito da una palette di effetti usati in modo quasi teatrale. Al centro di questa architettura sonora c’è il contrasto magico tra la limpidezza tagliente delle chitarre Fender e la spinta monumentale degli amplificatori britannici.

Un esempio iconico di questa combinazione si trova nelle sessioni di registrazione di “Blood Sugar Sex Magik” e “Under the Bridge”, dove Frusciante non usò la sua celebre Stratocaster del ’62, ma una splendida Fender Jaguar del 1966 in finitura Lake Placid Blue con paletta abbinata ( matching headstock ). La Jaguar con i pickup single-coil schermati dai caratteristici artigli metallici, ha regalato al brano quel timbro cristallino, leggermente compresso e metallico, perfetto per far risaltare il celebre fraseggio ispirato a Jimi Hendrix.

Per dare corpo e spessore a questa voce, Frusciante si è sempre affidato alla potenza dei sistemi Marshall. Accanto al suo inseparabile Major da 200 watt ( usato per i suoni puliti ), il cuore pulsante del suo crunch e delle saturazioni soliste è rappresentato dalle testate Marshall JMP “Metal Panel dei primi anni settanta. Questi amplificatori, caratterizzati dal pannello dei controlli in alluminio spazzolato dorato che sostituì il plexiglass alla fine del 1969, sono famosi per un suono più aggressivo, presente sulle medie frequenze e con un attacco più rapido rispetto ai loro predecessori. Quando Frusciante spinge questi JMP immettendovi il segnale della chitarra ( spesso enfatizzato dal distorsore Boss DS-1 o dal fuzz Electro-Harmonix Big Muff ), l’amplificatore risponde con una saturazione calda, armonicamente ricca e incredibilmente reattiva al tocco delle dita, definendo quel sound viscerale che ha fatto la storia del rock alternativo.

Jerry Garcia

1967 GIBSON SG STANDARD CHERRY
1967 FENDER TWIN REVERB

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Il Suono di Jerry Garcia alla fine degli anni ’60 racchiude la transizione cruciale dei Grateful Dead dalla psichedelia delle origini verso quel mix unico di country-rock, jazz e improvvisazione modale che avrebbe definito il loro mito.

Nel 1969 sul leggendario e tormentato palco di Woodstock, il fulcro visivo e sonoro del setup di Jerry era una splendida chitarra Gibson SG Standard nella finitura Cherry, balzata agli onori delle cronache per una particolarità: era equipaggiata con un sistema di vibrato di tipo Bigsby installato direttamente in fabbrica (Factory Bigsby). La SG, con il suo corpo leggero in mogano e i pickup humbucker T-Top dell’epoca, offriva a Garcia un timbro caldo sulle medie frequenze, pastoso ma incredibilmente reattivo al tocco. Il ponte Bigsby aggiungeva una leggera risonanza , diversa rispetto alla classica cordiera “stopbar”, permettendo a Jerry quelle micro-inflessioni espressive e quei quasi impercettibili vibrati che richiamavano lo stile della pedal steel guitar.

Tuttavia, il vero segreto per evitare che gli humbucker della SG risultassero troppo scuri o fangosi risiedeva nella sezione amplificazione. Garcia si affidava cecamente alla limpidezza degli amplificatori Fender Twin Reverb. La ricerca del “Clean” ad alto volume dove Il Twin Reverb è storicamente noto per esserne il più degno rappresentante con la sua enorme riserva di suono pulito (headroom). Jerry spingeva questi amplificatori a volumi sostenuti per farsi sentire sopra il muro ritmico dei Dead, ottenendo un suono cristallino, tridimensionale ed estremamente dinamico. I Fender Twin, specialmente se accoppiati ( o modificati poco dopo ) con coni JBL compensavano perfettamente la natura “morbida” della Gibson SG. Il risultato era un attacco nitido e “frizzante” sulle alte frequenze, che permetteva alle sue leggendarie trame soliste e alle sue scale cromatiche di bucare il mix con precisione chirurgica.

Anche se l’esibizione dei Grateful Dead a Woodstock fu minata da enormi problemi tecnici e di isolamento elettrico sul palco ( che innervosirono non poco la band ), quel rig così essenziale e potente ha cristallizzato un momento irripetibile: il perfetto punto di incontro tra il calore graffiante del mogano Gibson e la purezza cristallina delle valvole Fender.

David Gilmour

1969 FENDER STRATOCASTER BLACK
1970 HIWATT DR103 + 1970 WEM STARFINDER

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Il Suono di David Gilmour è un monumento dell’architettura sonora del rock: un perfetto equilibrio tra lirismo, sustain e definizione cristallina che taglia il mix con precisione chirurgica. Sebbene la sua identità risieda principalmente nelle sue doti e nel suo iconico tocco, la strumentazione dei primi anni ’70 ha gettato le fondamenta di quel tono mitico.

Alla radice della catena c’è la leggendaria chitarra Fender Stratocaster Black del 1969. Acquistata da Manny’s a New York nel maggio del 1970 per sostituirne una precedente, questa chitarra nacque con una tastiera in palissandro rosewood e la paletta grande tipica dell’era CBS. Fu lo strumento principale con cui Gilmour iniziò a esplorare le trame psichedeliche dei Pink Floyd, prima che l’intero camion della band venisse tragicamente derubato a New Orleans nel mese di ottobre dello stesso anno, durante il tour di Atom Heart Mother. Gilmour ne dovette riacquistare subito un’altra, sempre Stratocaster e sempre Nera ( quella che diventerà la “Black Strat” più famosa della storia ), ma il calore e l’attacco morbido di quel primo modello del ’69 con tastiera in palissandro rimangono impressi nei bootleg e nelle registrazioni storiche di quei mesi cruciali del 1970.

Per dare voce alla sua chitarra, Gilmour si affidò a una combinazione di amplificazione che è diventata un vero e proprio standard di purezza sonora. Il cuore pulsante del sistema era la testata Hiwatt DR103, un amplificatore valvolare celebre per la sua incredibile riserva di pulito ( headroom ) e la sua costruzione interna impeccabile, di livello militare. Questi specifici amplificatori vennero meticolosamente revisionati e ottimizzati da Harry Joyce ( il leggendario ingegnere capo della Hiwatt ), garantendo una risposta dinamica priva di distorsioni indesiderate anche a volumi colossali. Questa pulizia radiosa rendeva l’Hiwatt la sorgente ideale per accogliere i pedali dell’epoca, come i fuzz e i primi delay. Il segreto della proiezione e del corpo di questo suono risiede nella mitica cassa WEM Starfinder 4×12. Questo cabinet, caratterizzato da un design robusto e da una risposta acustica tridimensionale, era equipaggiato con gli altoparlanti Fane Crescendo . Altoparlanti ad alta fedeltà con cupola in alluminio, capaci di gestire frequenze estesissime senza cedere a distorsioni armoniche.

Il risultato fu un suono monumentale.

Jimi Hendrix

1969 FENDER STRATOCASTER OLYMPIC WHITE
1967 MARSHALL JTM 100 FULL STACK

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Il Suono rivoluzionario di Jimi Hendrix non è nato solo dalle sua “mano” incredibile, ma da una precisa alchimia di strumenti ed effetti passati alla storia per il loro timbro e per ciò musicalmente hanno rappresentato.

Nei primi anni della sua fulminea carriera, Hendrix ha spesso imbracciato una chitarra Fender Stratocaster Sunburst con paletta piccola ( pre-CBS ), tipica della prima metà degli anni ’60. Questa chitarra, con il suo look classico e le venature del legno a vista, rappresentava le fondamenta del suo approccio viscerale al blues e al rock.

Tuttavia, l’immagine più iconica di Jimi è indissolubilmente legata alla leggendaria chitarra Fender Stratocaster Olympic White “Big Headstock ( Palettona ) celebre per la sua tastiera maplecap (caratterizzata da uno strato di acero riportato e incollato sul manico, senza il classico inserto posteriore “skunk stripe” ). Fu proprio questa chitarra, rigorosamente rovesciata per essere suonata da mancino, a dare voce all’ Inno Americano distorto sul palco di Woodstock … ciò che rivoluzionò per sempre il mondo della musica Rock.

Per dare corpo a queste chitarre dal suono di base piuttosto sottile, Jimi aveva bisogno di un muro di suono senza precedenti. La svolta arrivò dall’incontro con Jim Marshall e i suoi amplificatori. Il cuore pulsante del rig di Hendrix era la testata Marshall 100 W Super Lead abbinata alle mitiche casse, dove le prime versioni erano provviste di uno splendido tessuto frontale denominato pinstripe ( la caratteristica griglia a righe verticali sottili utilizzata prima del succesivo classico tessuto “salt and pepper” ), che proteggeva i 4 speakers. Spingendo questo amplificatore al massimo volume, Hendrix riusciva a sfruttare la saturazione delle valvole per trasformare il feedback da fastidioso fischio a puro elemento musicale, accompagnato da movenze fisiche trasgressive ed animalesche.

Un cocktail micidiale di suono, musicalità, istinto e sostanze … diede vita al Mito.

Yngwie Malmsteen

1971 FENDER STRATOCASTER OLYMPIC WHITE
1971 MARSHALL JMP 100W FULL STACK

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Il Suono di Yngwie Malmsteen è uno dei marchi di fabbrica più riconoscibili dell’hard rock e dell’heavy metal, un perfetto punto d’incontro tra la forza del rock e la precisione della musica classica barocca.

Il cuore pulsante della sua strumentazione è la Fender Stratocaster, dei primi anni Settanta, caratterizzata dal palettone largo ( large headstock ). Preferibilmente bianca come fu quella di Hendrix e con la tastiera “scavata” ( scalloped fretboard ) come furono quelle di Blackmore, dove il legno tra i tasti veniva appunto scavato per fare in modo che le dita tocchino solo le corde, garantendo controllo sul vibrato e sui bending. Elettroniche e pickup customizzati per eliminare il ronzio di fondo e mantenere un timbro nitido e definito, fondamentale per non impastare le note durante le rapidissime svisate in “sweep picking” caratteristiche del suo stile.

Questo segnale si scaglia dritto dentro un Muro di Amplificatori Marshall, preferibilmente vintage e privi di master volume ( come le leggendarie testate Plexi o i successivi modelli Metal Panel da 100w ), spinti al massimo del volume per ottenere una distorsione valvolare calda, reattiva e ricca di armonici. Per mandare l’amplificatore ancora più in saturazione senza perdere la definizione dell’attacco, Yngwie si serve di un pedale overdrive ( come il vecchio DOD 250 ), che asciuga i bassi e gonfia le medie frequenze. Il risultato è un timbro violinistico, con un sustain infinito. Il tutto enfatizzato dall’uso del Delay.

Questo mix unico tra furia elettrica e rigore classico affonda le sue radici in due giganti della chitarra : Jimi Hendrix, da cui Malmsteen ha ereditato l’amore viscerale per la Stratocaster, l’uso massiccio dei Marshall a volumi devastanti e l’attitudine teatrale sul palco; Ritchie Blackmore più importante per lo sviluppo del suo stile “neoclassico”, leggendario chitarrista dei Deep Purple e dei Rainbow, che riuscì a fondere riff blues-rock con scale minori armoniche, l’uso della tastiera “scalloped” al tocco nobile e drammatico che Malmsteen avrebbe poi esasperato, portandolo a velocità e livelli tecnici mai sentiti prima.

Pete Townshend

1969 GIBSON LES PAUL DELUXE GOLD
1970 HIWATT DR103 HALF STACK

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Il Suono di Pete Townshend negli anni d’oro con The Who è una miscela esplosiva di potenza, dinamica e definizione sonora incredibile, passata alla storia come il “Maximum R&B”. Al centro di questo universo sonoro, specialmente durante gli anni ’70, c’è un’accoppiata strumentale leggendaria .

Sebbene Townshend abbia usato storicamente diverse chitarre ( dalle Rickenbacker alle Fender Stratocaster), la Gibson Les Paul Deluxe rappresenta l’era dei grandi tour negli stadi. La particolarità di questo modello risiede originariamente nei pickup Mini-Humbucker, capaci di offrire un suono più tagliente e meno fangoso rispetto agli humbucker standard, perfetto per bucare il mix generato dalla sezione ritmica monumentale di Keith Moon e John Entwistle. Pete amava così tanto queste chitarre da personalizzarle pesantemente per le sue esigenze. Spesso faceva aggiungere un terzo pickup al centro per ottenere una gamma timbrica ancora più versatile. Sul corpo venivano installati piccoli switch aggiuntivi per miscelare il suono dei pickup centrale splittarne le bobine. Per distinguerle rapidamente sul palco e capire quali modifiche o accordature avesse ogni strumento, le numerava con grandi adesivi da 1 a 9.

Se la Les Paul era il fulmine, le Testate Hiwatt DR103 erano il tuono. Progettati dal genio di Dave Reeves collegate alle mastodontiche casse 4×12 pesantemente rinforzate furono parte del segreto del suono di Townshend. A differenza dei Marshall dell’epoca, noti per la loro distorsione, gli Hiwatt erano famosi per un headroom pulito e la capacità di suonare a volumi elevati senza distorcere il segnale originario . Quando Townshend spingeva questi amplificatori al massimo, non otteneva una distorsione satura o compressa, ma un suono enorme, “tridimensionale” e incredibilmente dinamico. Se sfiorava le corde il suono era pulito ma se colpiva la chitarra con il suo celebre movimento a mulinello ( windmill ), l’Hiwatt rispondeva con un “crunch” granitico, privo di qualsiasi sbavatura.

Questo perfetto incastro tra l’attacco dei mini-humbucker della Les Paul Deluxe e la spinta monumentale dell Hiwatt DR103 permisero a Pete Townshend di inventare il concetto moderno di power chord. Un suono che investiva l’ascoltatore con la violenza di un treno, mantenendo intatta la definizione di ogni singola nota all’interno dell’accordo.

Randy Rhoads

1974 GIBSON LES PAUL CUSTOM WHITE
1978 MARSHALL JMP SB WHITE

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Il suono di Randy Rhoads è uno fra timbri più iconici e riconoscibili dell’heavy metal degli anni ’80: un mix di aggressività neoclassica, sustain e precisione . A definire questa firma sonora era un’accoppiata strumentale ben precisa.

Il cuore pulsante del suo playing solista fu più di ogni altra chitarra la sua celebre Gibson Les Paul Custom “White” ( all’epoca già virata verso un caratteristico color crema ). Questa chitarra, pesante e ricca di sustain, montava pickup originali Gibson “Super Humbuckers” e offriva un timbro caldo e corposo sulle frequenze medio-basse, perfetto per dare spessore ai suoi riff e fluidità ai legati .

Per bucare il mix, Randy si affidava alla brutale potenza della saturazione valvolare: le sue testate di riferimento erano i Marshall JMP 100W della fine degli anni ’70 , spesso modificati con un volume master a cascata per ottenere più distorsione. Questi amplificatori, collegati a casse Marshall caricate con coni Celestion, creavano quel tipico “muro di suono” britannico, che ha caratterizzato l’Hard Rock come marchio di fabbrica. Per spingere i Marshall ancora più oltre il limite e ottenere il suo iconico suono saturo, Randy utilizzava un pedale MXR Distortion+ come booster, che asciugava le basse frequenze e focalizzava il suono sulle medie.

Il tocco finale era il celebre effetto di double-tracking cioè il raddoppio delle tracce di chitarra in studio, che rendeva il suo sound immenso, unendo la maestosità della tradizione classica alla violenza del rock più duro.

Rory Gallagher

1965 FENDER STRATOCASTER SUNBURST
1967 VOX AC 30 TOP BOOST

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Il sound di Rory Gallagher è uno dei più puri, viscerali e riconoscibili della storia del blues-rock. Non c’erano trucchi elettronici o catene di effetti complesse: il suo era un approccio diretto, basato sulla dinamica delle dita e sul volume dell’amplificatore portato al limite.

Il cuore pulsante della sua strumentazione era composto da due elementi leggendari: La Fender Stratocaster ( Sunburst ) dell’inizio degli anni 60 ( 1961 ) La sua chitarra simbolo, che consumò fino a perdere quasi completamente la vernice a causa del sudore e degli anni di accaniti tour. Con la Stratocaster Rory esprimeva un suono graffiante, a tratti aspro ma incredibilmente espressivo. Usava moltissimo il selettore dei pickup (spesso modificato) e lavorava costantemente con il potenziometro del volume e del tono per passare da ritmiche taglienti a assoli caldi e ruggenti.

Per ottenere il suo celebre suono “crunch”, Rory collegava la Stratocaster a un amplificatore Vox AC30 ( preferibilmente un modello degli anni ’60 con i mitici coni Celestion denominati Bulldog, prima di colore Blue, poi Grigio, con il magnete sporgente in Alnico ). Per spingere l’amplificatore a saturare e aggiungere maggior sustain, Gallagher inseriva tra la chitarra e il Vox un pezzo fondamentale: un pedale Treble Booster (inizialmente un Dallas Rangemaster ).

Il risultato di questa combinazione era un suono aperto, ricco di armoniche e medie frequenze, capace di bucare il mix sul palco. Era una timbrica “al limite del collasso”, dove il twang tipico della Stratocaster si fondeva con la saturazione calda e reattiva del Vox AC30, dando vita a un sound ruggente e unicamente irlandese.

Stevie Ray Vaughan

1960 FENDER STRATOCASTER BLOND
1964 FENDER VIBROVERB

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Il suono di Stevie Ray Vaughan è un uragano di dinamica, un mix perfetto di Texas blues, Rock e sensibilità espressiva che ha ridefinito il tono della chitarra elettrica. Non era solo una questione di dita, ma di come la sua energia brutale interagiva con un set up, a volte variegato, diventato leggendario.

Al centro di questa magia c’è la sua chitarra Fender Stratocaster sunburst del 1961, la Number One, anche se ne usò di diverse annate e colori fra cui una Blond anch’essa dei primi anni 60 . Questa chitarra, con la sua finitura chiara e il memorabile battipenna tiger-striped customizzato con le sue iniziali, montava come le altre corde enormi ( spesso scalature .013) accordate un semitono sotto. Questo assetto conferiva alle note un peso specifico impressionante. Ogni plettrata generava un attacco percussivo e legnoso, dove i pickup single-coil catturavano un suono grosso sul pickup al manico e incredibilmente tagliente, ma mai acido, nelle posizioni intermedie.

Uno fra i partner più riconoscibili della sua chitarra fu l’amplificatore Fender Vibroverb, che Stevie adorava customizzare il cono da 15 pollici spesso un JBL o un Electro-Voice. Il Vibroverb riusciva a supportare quel segnale massiccio e percussivo a livelli celestiali: Il cono da 15 pollici garantiva una risposta sulle basse profonda e tridimensionale, che non si “impastava” nemmeno sotto pressione delle sue pesanti ritmiche. Spinto a volumi generosi, l’amplificatore creava altresì una saturazione valvolare naturale, calda e graffiante, definita dal classico carattere “glassy” (cristallino ma ruggente) tipico di Fender. Il riverbero a molla e il vibrato integrato avvolgevano il suono in un’atmosfera fumosa, dando l’impressione che la chitarra stesse letteralmente respirando.

Quando la Strato di Stevie incontrò il piccolo Muro di Vibroverb nel 1979 ( all’inizio furono due ) su un palco durante un afoso pomeriggio in Texas, fu l’inizio del Mito e del suo Suono: un ruggito pulito ma saturo, capace di piangere dolcemente nei passaggi più lenti e di esplodere con una violenza devastante nei nodi ritmici del Texas flood.

Ancora e per sempre The Lone Star of The Texas Blues .

Edizione 2026